HYURO: COLORI PALLIDI PER STORIE FORTI

COLORI PALLIDI

PER STORIE FORTI

Hyuro

“Silenzio … i muri hanno ancora molto da dire”

Escif

Cosi afferma Escif, il famoso artista di graffiti spagnolo, su Hyuro.
Tamara Djurovic, conosciuta nel mondo dei plastici e dei graffiti come Hyuro, è stata un’artista argentina stabilitasi in Spagna nel 2005 e scomparsa il 19 novembre 2020 a causa di una malattia.

Ha sviluppato i suoi progetti in Argentina, Brasile, Messico, Stati Uniti, Marocco e Tunisia; così come in gran parte dell’Europa. Dalla Spagna, sebbene abbia viaggiato per tutta la penisola, è a Valencia che ha sviluppato la parte più importante della sua carriera.

Donne invisibilizzate , persone che lottano quotidianamente, promesse e sogni rotti, oggetti ordinari, emozioni sincere, scintille di vita nei labirinti urbani. Hyuro usa colori tenui, quasi pallidi che catturano la delicatezza dei suoi soggetti dipinti. Disegna abiti, situazioni, oggetti che rievocano momenti- tempi o addirittura secoli – in cuiledonne erano percepite solo come casalinghe. Ecco perché le disegna senza volti, prestando particolare attenzione ai dettagli dei loro corpi. Tuttavia, al di là di qualsiasi critica specifica di genere, Hyuro esplora non solo le complessità degli esseri umani, ma si concentra anche sulle loro esperienze personali e sulle emozioni pure e difficili.

Il giorno della sua partenza Escif scrisse: «Il lavoro di Hyuro è stato un lavoro intimo e molto personale. Il suo universo è inquietante e seducente. Il suo linguaggio è sincero e vicino. La sua testa erano le sue mani e la sua pittura un regalo per le strade della città. I suoi murales si distinguono per la forza innata riflessa da quelle donne, a volte senza volto, che lottano quotidianamente per andare avanti. Donne combattenti che compongono un discorso di protesta, politico e con una prospettiva di genere; che ci racconta la vita quotidiana in modo delicato e artigianale.

Hyuro non ha parlato di lei … Piuttosto, parlava con lei stessa. Ha usato la parete come uno specchio in cui cercare costantemente ed è, in questo processo infinito, che la sua pittura ha distillato l’eco di quella conversazione.

Mentre ci avviciniamo al suo lavoro, sperimentiamo l’attrazione di qualcuno che trova una  finestra aperta. Hyuro ci fa questo regalo con ogni parete che ha dipinto, permettendoci di  conoscere un po ‘di più su di lei ma, soprattutto, un po’ di più su noistessi.

In questo esercizio di riconoscimento, ci troviamo di fronte all’evidenza che la selvatichezza è uno stato primordiale in cui siamo tutti uguali. Le persone che vediamo sui suoi murales non sono nessuno e sono ognuno di noi… donne,lupi, bambini, amanti…. gli altri. Sì, gli altri».

Victoria Cervantes

FONTI
DissenyCV. Revista digital de disseny i cultura visual. Noviembre 20, 2020
Gràffica. Revista digital. Diciembre 30, 2018. Escribe Verónica Joce

Una risposta

  1. Sulla copertina di un libro che non acquistai lessi un pensiero di Gombrich che mi rimase impresso. Diceva pressappoco che ad ogni epoca e cambiamento sociale l’arte si sveste della tradizione prima di indossare abiti nuovi. Un cambiamento a cui si appresta solo denudandosi di tutto ciò che fino a quel tempo ha rappresentato per tornare all’archetipo, al primitivo, al disegno elementare, perché è da questa originaria fascinazione che l’arte si trasforma in cosa nuova. Di ogni sovrascrittura che il corso della storia crea, l’estetica del graffito rimane richiamo all’arte, rinnovandosi. E con il segno elementare, il mito dell’arte, anche il supporto ritorna: se prima è il granito sulla sponda del fiume per lasciare traccia di un mondo rupestre, diventa la parete sacra a riconoscere sacralità all’opera e al suo tempo, per poi raggiungere la carlinga del treno degli illeciti writers a denunciare e sostenere il conflitto sociale, o la parete di un edificio comune affrescato da Hyuro a rappresentare, voler dire e dedicarsi al popolo.
    Hyuro si eleva al di sopra di quel che sotto significa, portandosi alla superficie per dare visibilità a quel che copre. E ancora più in profondità, dietro i muri che nascondono l’inosservato di tutti i giorni. Più che colori pallidi vedo l’assenza di contrasti: colori di terra sulla terra, per non disturbare, per dare grana, profondità di voce senza urlare, riflettendo realtà sofferte nella discrezione di una luce opaca del giorno, vicende di un popolo che tramonta dietro le finestre fatte di silenzi e sopportazione, faticanti assetati senza altro destino che le stesse fatiche da cui sorgono. Hyuro ha forse salvato la funzione del segno in sé, senza pensiero d’arte, d’immagine che diventa estetica, ma del senso umano che l’immensità dei suoi disegni impone allo sguardo, andando oltre i significati sociali che ricorrentemente cambiano. Hyuro è il segno di un’epoca che cambia lasciandosi dietro ogni volto in vicende anonime che faranno la nostra Storia?

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